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Salute, infettivologa Tamma: “Contro antibiotico-resistenza cure più brevi e appropriate”

(Adnkronos) – “I medici dovrebbero orientarsi verso trattamenti più brevi e appropriati e pensare 2 volte prima di prescrivere un antibiotico. Tutti dovremmo comprendere che il numero di antibiotici efficaci è limitato. Ogni infezione comporta il rischio di esaurire le opzioni terapeutiche disponibili. Spesso i medici pensano che i pazienti si aspettino una prescrizione antibiotica per sintomi come febbre, raffreddore o tosse. Ma se i pazienti comprendono i rischi e sanno che esiste un piano alternativo nel caso i sintomi peggiorino, sono generalmente più disponibili ad attendere. Come clinici, dobbiamo migliorare nella comunicazione e nell’educazione, aiutando i pazienti a sentirsi autorizzati a porre domande e a riflettere prima di assumere antibiotici”. Lo ha detto Pranita Tamma, medico specialista in malattie infettive pediatriche e professoressa alla Johns Hopkins University School of Medicine (Usa), all’Adnkronos Salute, intervenendo sulle misure da intraprendere per combattere l’antibiotico-resistenza, anche a livello pediatrico, in occasione del congresso ‘Top5 in Infectious Diseases’ che si è appena concluso a Venezia. 

Sulla difficoltà che mostra la classe medica nel ridurre il numero di giorni di trattamento antibiotico, l’esperta sottolinea che “oggi, fortunatamente, abbiamo numerosi studi randomizzati controllati su infezioni comuni come la polmonite, le infezioni delle vie urinarie, le batteriemie e le infezioni intra-addominali, che dimostrano come, per la maggior parte di queste condizioni, circa 7 giorni di antibiotico efficace risultano sufficienti. Sappiamo inoltre – aggiunge Tamma – che trattamenti più lunghi comportano rischi: ogni giorno aggiuntivo di antibiotico aumenta la probabilità di sviluppare batteri resistenti che possono compromettere il trattamento di infezioni future nello stesso paziente. Possono poi verificarsi infezioni da Clostridium difficile, che causano diarrea anche severa, così come eventi avversi legati agli antibiotici, tra cui rash cutanei importanti e disturbi gastrointestinali. Senza contare il disagio per i pazienti e i costi inutili per farmaci non necessari. Non si tratta di bilanciare questi effetti collaterali con l’efficacia – rimarca – Quando abbiamo studi solidi che dimostrano che circa 7 giorni di terapia sono sufficienti, il prolungamento non è giustificato”. 

Sulla via di somministrazione da preferire, “abbiamo sempre più evidenze che gli antibiotici orali possano essere efficaci quanto quelli endovenosi – chiarisce Tamma – Sebbene molti dati derivino da studi osservazionali e manchino ancora trial clinici robusti, per alcune condizioni come la batteriemia (uno studio è attualmente in corso), sappiamo che alcuni antibiotici orali ad alta biodisponibilità – come fluorochinoloni e trimetoprim-sulfametossazolo – raggiungono concentrazioni ematiche equivalenti a quelle endovenose. In particolare – precisa – nelle infezioni da batteri Gram-negativi sensibili a questi farmaci, il passaggio alla terapia orale è ragionevole. Rimangono invece incertezze su alcuni beta-lattamici orali, per i quali mancano dati sufficienti, soprattutto nella batteriemia. In questi casi – conclude – potrebbero essere considerati in infezioni a basso rischio, come quelle urinarie, se il paziente è già in miglioramento e necessita solo di pochi giorni aggiuntivi di terapia”. 

salute

webinfo@adnkronos.com (Web Info)

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