La Svezia abbasserà l’età del carcere a 13 anni. Con un voto parlamentare fissato per il 15 giugno, Stoccolma si prepara a varare una riforma che segna il tramonto definitivo del modello scandinavo di assistenza sociale. Di fronte a un’ondata di violenza senza precedenti, alimentata da gang criminali che generano un giro d’affari da quasi 20 miliardi di euro l’anno, lo Stato sceglie la via della detenzione speciale per i minori responsabili dei crimini più gravi. I numeri descrivono una vera e propria “economia di guerra” basata sul sangue: nel solo 2025, sono stati 52 i minori di 15 anni finiti a processo per omicidio o tentato omicidio.
Il business delle gang e il reclutamento digitale
Dietro questa escalation non ci sono semplici bravate, ma una struttura paramilitare. Le bande criminali utilizzano i social media come uffici di collocamento, reclutando bambini di appena 11 anni per compiere esecuzioni e attentati dinamitardi in tutto il Nord Europa. “Abbiamo un’emergenza”, ha ammesso il ministro svedese della Giustizia Gunnar Strommer. Secondo i dati ufficiali del Paese, il 90% dei giovani membri di bande ospitati nei centri sociali ricade nel crimine, e l’80% finisce nelle carceri per adulti.
Rosersberg e il paradosso dei peluche: l’analisi dell’esperto
Mentre carceri come quella di Rosersberg vengono ristrutturate per accogliere i primi tredicenni dopo l’estate, con celle chiuse alle ore 20.00 e divieto d’uso dei telefoni, il dibattito si sposta sulla gestione psicologica di detenuti così giovani. Il governatore del carcere, Gabriel Wessman, ha ipotizzato di dotare ogni cella di un peluche per offrire uno sfogo emotivo a ragazzi che vivranno la pubertà dietro le sbarre.
“In tanti anni di lavoro con adolescenti autori di reato – spiega a Demografica Adnkronos il dottor Luca Dinatale, Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni di Milano e psicoterapeuta dell’età evolutiva –: non ho mai visto un tredicenne coinvolto in fatti di sangue il cui problema principale fosse la mancanza di un peluche. Mi sembra una rappresentazione banalizzante di una questione complessa”. Secondo Dinatale, il rischio è la “cristallizzazione dell’identità“: a 13 anni, un ragazzo che viene rinchiuso rischia di identificarsi definitivamente con l’etichetta di delinquente, costruendo la propria intera esistenza attorno all’opposizione alle istituzioni.
Italia vs Svezia
Se la Svezia punta sulla certezza della cella, l’Italia resiste con un modello che mette la prigione all’ultimo posto. I dati del Ministero della Giustizia nel nostro Paese, aggiornati al 15 aprile 2026, sono rivelatori di questa distanza: in Italia risultano 17.775 soggetti in carico agli Uffici di Servizio Sociale. Di questa enorme platea, solo 568 sono detenuti in un Istituto Penale per i Minorenni. Il sistema italiano preferisce il collocamento in comunità private (che ospitano 1.346 minori) rispetto a quelle ministeriali (solo 18 presenti), confermando il ruolo fondamentale del terzo settore nel tentativo di recupero.
Mentre la Svezia si interroga su 52 “baby-killer”, l’Italia gestisce una massa critica di reati meno letali ma pervasivi: 7.179 rapine e 6.821 furti sono i numeri che dominano i carichi pendenti. Tuttavia, i reati di sangue non mancano: si contano 112 omicidi consumati e 344 tentati tra i minori seguiti dai servizi. Ma la differenza è nell’età: in Italia, l’ingresso nel circuito penale per i minori di 14 anni riguarda solo 188 casi su circa 20.000, un segnale che il problema esplode mediamente più tardi rispetto allo scenario svedese.
Il miraggio della deterrenza e il fallimento degli adulti
Il governo svedese scommette sulla deterrenza, ma la scienza clinica solleva forti dubbi. Dinatale spiega che gli adolescenti vivono in una “bolla del presente”: la pressione del gruppo e il bisogno di riconoscimento sociale pesano molto più della minaccia di una pena futura. “Per molti di questi ragazzi, il carcere è una medaglia da appuntare al petto”, avverte lo psicoterapeuta. Anche l’esperienza internazionale conferma i dubbi: la Danimarca, che nel 2010 abbassò l’età penale a 14 anni, non ha riscontrato alcun calo nei livelli di criminalità.
Il vero “punto di rottura”, secondo Dinatale, è la latitanza delle famiglie. Citando la sua esperienza con l’Associazione “Gli Sdraiati”, il dottore racconta di come ai momenti di formazione per i genitori partecipino solo 4 o 5 persone su centinaia di famiglie coinvolte. “Non possiamo pensare che l’educazione sia una delega esclusiva alla scuola o alla giustizia minorile”, ammonisce.
Verso un nuovo paradigma: “Abbassare l’età della prevenzione”
La crisi svedese ci consegna una lezione universale. Le organizzazioni criminali diventano attrattive laddove lo Stato lascia un vuoto. La ricetta di Dinatale per evitare la deriva svedese è una sola: “Più che abbassare l’età dell’imputabilità occorre abbassare l’età della prevenzione”.
Investire in scuole, sport, teatro e laboratori non è buonismo, ma strategia di difesa sociale. La sfida non è decidere quante sbarre servano per un tredicenne, ma impedire che un bambino arrivi a vedere in una gang l’unica risposta potente al bisogno di sentirsi, finalmente, qualcuno. L’Italia, con il suo 65% di recidiva (soggetti già precedentemente in carico), dimostra che una volta entrati nel sistema è difficilissimo uscirne: la partita, dunque, si gioca tutta prima del primo reato. “La mia esperienza mi insegna che quando intercettiamo i ragazzi attraverso linguaggi che sentono vicini e li aiutiamo a dare forma a ciò che hanno dentro, il bisogno di cercare riconoscimento attraverso la trasgressione tende a diminuire. La maggior parte degli adolescenti non vogliono essere delinquenti, cercano un posto nel mondo”, ha concluso Dinatale.
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Giovani
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