Quando un ventenne risponde con un teschio 💀, nella maggior parte dei casi non sta annunciando una tragedia. Sta ridendo così tanto da essere, almeno metaforicamente, morto. Un cuore grigio 🩶 può raccontare una situazione sentimentale complicata, mentre una faccina apparentemente rilassata 😌 può assumere un tono tutt’altro che pacifico e trasformarsi in un “come sempre, avevo ragione” dal sapore passivo-aggressivo.
Benvenuti nel vocabolario digitale della Generazione Z, nel quale le immagini non sostituiscono semplicemente le parole, ma ne modificano il tono, aggiungono ironia e permettono di dire senza scrivere fino in fondo.
In occasione della Giornata mondiale delle emoji, celebrata ogni 17 luglio (questa è la data mostrata dalla celebre icona del calendario 📅), oltre 400 studentesse e studenti dell’Università Lumsa hanno provato a mettere ordine in questo codice in continua trasformazione.
Il progetto ha prodotto un dizionario di cento emoji, descritte attraverso il significato attribuito loro nell’uso quotidiano, e un sondaggio di sette domande somministrato a 696 persone tra i 18 e i 25 anni. L’indagine non rappresenta l’intera Generazione Z, ma offre una fotografia dall’interno delle sue conversazioni digitali.
Poche emoji, molto sottotesto
Il primo dato ridimensiona il luogo comune del giovane incapace di scrivere una frase senza sommergerla di faccine. Il 42,1% degli intervistati dichiara di usare meno di dieci emoji al giorno e un altro 34,3% ne utilizza tra dieci e venti. In totale, il 76,4% resta sotto quota venti, mentre il 3,2% sostiene di non usarle affatto.
Non è quindi la quantità a determinarne il peso. Una piccola icona può ammorbidire una richiesta, segnalare una battuta o impedire che un messaggio breve sembri una dichiarazione di guerra. Il 60,6% degli intervistati usa le emoji per rendere il testo più amichevole, il 58% per esprimere emozioni e sentimenti e il 41,7% per rafforzarne il tono. Solo il 14,5% le sceglie soprattutto per semplificare ciò che sta scrivendo. Erano possibili più risposte.
Le emoji funzionano così come una punteggiatura emotiva. Un punto fermo può apparire brusco, un “va bene” sembrare risentito e una battuta senza segnali essere presa sul serio. La faccina aggiunge ciò che, dal vivo, passerebbe attraverso la voce, lo sguardo o un’alzata di sopracciglio.
La scelta dipende soprattutto dal contesto della conversazione, indicato dal 67,8% del campione, e dall’emozione da trasmettere, con il 59,8%. Le tendenze del momento contano appena per il 5,2%: anche nel regno dei simboli virali, a quanto pare, il destinatario viene prima dell’algoritmo.
Nel confronto proposto dal questionario, la faccina che ride è scelta dal 60,1% dei partecipanti e il cuore rosso dal 39,9%. La domanda presentava soltanto queste due alternative e non costituisce quindi una classifica generale, ma conferma il predominio di due registri: divertimento e affetto.
Dal teschio che ride alla faccina passivo-aggressiva
Il dizionario elaborato dagli studenti mostra quanto l’uso reale possa allontanarsi dal significato letterale. Il teschio 💀 è passato dalla morte al “muoio dal ridere”, soprattutto quando qualcosa è talmente assurdo da rendere insufficiente la tradizionale faccina con le lacrime.
La faccina rilassata 😌 può comunicare soddisfazione, ma anche superiorità o compiacimento. Quella inespressiva 😑 equivale a un “non ho parole”, mentre la supplicante 🥺 può essere impiegata con finta innocenza per chiedere un favore o tentare una rapida assoluzione.
La statua dell’Isola di Pasqua 🗿, invece, raramente indica un improvviso interesse archeologico: nei meme rappresenta chi osserva e giudica in silenzio. La donna con la mano alzata 💁, ufficialmente associata a un’addetta alle informazioni, ha trovato una seconda carriera nel sarcasmo e nelle risposte dal tono saccente. La canna da pesca 🎣 può persino alludere a un tentativo di flirt: l’esca, in fondo, è rimasta.
Poi ci sono i cuori, dove il colore permette di graduare i sentimenti senza aprire conversazioni troppo impegnative. Il blu 💙 rappresenta fiducia, lealtà e amicizia; il viola 💜 richiama legami profondi; il giallo 💛 comunica affetto ed energia positiva; il rosa 🩷 esprime tenerezza.
Il grigio 🩶 occupa invece il territorio delle situazioni complicate, una sorta di “sto cercando di capire” in formato grafico. È pur sempre un cuore, ma con una prudenza cromatica che evita promesse eccessive.
Queste associazioni non sono regole universali. Dipendono dal gruppo, dalla relazione e dal contesto: lo stesso simbolo può essere affettuoso tra amici, ironico in una chat universitaria e decisamente fuori posto in una mail al responsabile delle risorse umane.
L’insulto si fa emoji
Il 70,5% degli intervistati dichiara di utilizzare le emoji soprattutto al posto di parolacce o insulti. Seguono i contenuti a sfondo sessuale, indicati dal 19,2%, i riferimenti ad alcol e droghe, con il 14,7%, e gli argomenti controversi o sensibili, con il 14,1%. Anche in questo caso era possibile selezionare più risposte.
L’emoji diventa quindi un eufemismo digitale: il destinatario capisce benissimo il contenuto, ma la forma colorata lo rende meno diretto e apparentemente più innocuo. Non elimina l’insulto; gli applica un filtro.
Tra coetanei, il sistema sembra funzionare. Soltanto il 5,7% dichiara di essere stato spesso frainteso a causa di un’emoji inviata; il 62,1% dice che è successo poche volte e il 32,2% mai. Più che nella chat tra amici, il rischio di incidente nasce quando il simbolo attraversa generazioni, ambienti e gradi diversi di confidenza.
La maggioranza riconosce inoltre alle emoji un valore nella comunicazione: il 48,1% ritiene che la arricchiscano “abbastanza”, il 27,4% “molto” e il 7,9% “moltissimo”. In totale, l’83,4% attribuisce loro un contributo almeno significativo.
Il galateo digitale emerso dall’indagine non consiste dunque nell’usare più simboli, ma nel sapere quale scegliere e davanti a chi.
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Giovani
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