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Povertà in Italia: oltre il mito del Nord-Sud, la nuova trappola sono le grandi città

Per comprendere davvero come sta cambiando il volto dell’indigenza in Italia, non basta più guardare alle medie nazionali. Una ricerca intitolata “La povertà in Italia tra ciclo economico e fratture territoriali: nuove prospettive di misurazione”, pubblicata nel 2025 sulla rivista Politiche Sociali (edita da Il Mulino), propone un cambio di paradigma radicale.

Lo studio è stato condotto dai professori Massimo Baldini (Università di Modena e Reggio Emilia – Unimore) e Gianluca Busilacchi (Università di Macerata), nell’ambito di progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale (Prin) finanziati dal programma Next Generation Eu.

La metodologia: come è stato condotto lo studio

I ricercatori hanno messo a confronto due sistemi di misurazione differenti per verificare se l’attuale metodo ufficiale sia ancora in grado di “leggere” il Paese:

  1. L’indicatore Istat: si basa sulla spesa per consumi delle famiglie. Una famiglia è povera se non può permettersi un “paniere” di beni essenziali.
  2. Il nuovo set di indicatori (Banca d’Italia): gli autori hanno analizzato i microdati dell’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie (2000-2022), calcolando la povertà in base al reddito monetario disponibile.

La differenza è fondamentale: le famiglie tendono a mantenere i consumi stabili anche quando il reddito cala (attingendo ai risparmi o contraendo debiti), rendendo i dati Istat meno sensibili ai cambiamenti economici immediati.

Il paradosso del Pil e del “lavoro povero”

Dallo studio emerge un dato contro-intuitivo: secondo l’Istat, la povertà assoluta è cresciuta in modo quasi continuo dal 2014, indipendentemente dall’andamento dell’economia. Al contrario, i dati sul reddito analizzati da Baldini e Busilacchi mostrano che la povertà è sensibile al ciclo economico: tra il 2014 e il 2019, mentre il Pil cresceva, la povertà basata sul reddito è effettivamente diminuita, a differenza di quella basata sui consumi.

Tuttavia, il lavoro non è più una garanzia di benessere. Il rischio di povertà per la figura dell’operaio è quasi raddoppiato nell’ultimo decennio, passando dal 4,5% dell’inizio serie all’8,4% del 2023. Si sta consolidando la cosiddetta “in-work poverty”, alimentata da bassi salari e part-time involontari.

La grande frattura: metropoli contro piccoli Comuni

La scoperta più rilevante dei due docenti riguarda la dimensione dei comuni. L’Istat rileva scarse differenze tra città e borghi, ma se si guarda al reddito e al costo della vita, il quadro cambia drasticamente. Nei grandi comuni, l’incidenza della povertà basata sul reddito è molto più alta di quella misurata sui consumi. Nel Sud, la povertà di reddito nei grandi centri tocca punte del 25%, contro una stima Istat molto più bassa.

Nei piccoli comuni del Mezzogiorno, la povertà di reddito è calata di circa il 3% nel ventennio, grazie a una minore “tensione abitativa” e a un costo della vita più basso.

Il peso della casa: affittuari vs proprietari

La ricerca introduce una variante cruciale: la “povertà assoluta di reddito modificata”, che esclude dal calcolo il valore figurativo della casa di proprietà. La casa emerge come il principale spartiacque sociale: il tasso di povertà è del 21,6% per chi vive in affitto, mentre crolla al 4,7% per chi possiede l’abitazione. Nelle grandi città, l’esplosione dei canoni di locazione sta spingendo verso l’indigenza anche nuclei familiari che un tempo erano considerati ceto medio.

Minori e immigrazione

Infine, lo studio precisa la natura della povertà minorile (che ha raggiunto il 13,8% nel 2023). Al Nord e al Centro, il fenomeno è quasi interamente legato alla popolazione straniera. I figli di immigrati hanno un rischio di povertà 5-6 volte superiore ai figli di italiani. Al Sud, la povertà è orizzontale e colpisce con la stessa violenza sia le famiglie italiane che quelle straniere.

Verso politiche mirate

Secondo Baldini e Busilacchi, i risultati suggeriscono che la crescita economica è un presupposto necessario ma non sufficiente. È urgente spostare l’attenzione dalle medie nazionali a interventi specifici per le periferie urbane e per il sostegno all’affitto, poiché è nelle grandi città che si sta consumando la nuova crisi sociale italiana.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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