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“Noi vietiamo il porno, voi avete gli Epstein Files”: la sferzata di Teheran contro i vizi dell’Occidente

Mentre i Paesi occidentali moltiplicano gli sforzi per arginare la diffusione dei contenuti pornografici, Teheran “utilizza” il porno per smontare la narrazione dei nemici.

Sentito dal Corriere della Sera, Esmail Baghaei, il portavoce del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, ha sfruttato lo scandalo degli Epstein Files, e il coinvolgimento di Donald Trump, per smorzare le accuse di repressione mosse all’Iran.

Rispondendo a una domanda sulle violenze seguite alla morte di Mahsa Amini, Baghaei ha replicato: “Vogliamo guardare come gli Usa trattano le ragazze? Parliamo del caso Epstein. In Iran una cosa del genere non accadrebbe mai”. Il portavoce è quindi passato all’intrattenimento per adulti: “Pensiamo all’industria del porno, non abbiamo nulla del genere qui, perché è un peccato”.​

Il mese scorso, lo stesso Baghaei aveva definito la rete di traffico sessuale un progetto geopolitico legato agli interessi di Israele, descrivendo lo scandalo come una “catastrofe umana e di civiltà” che dimostra la profonda crisi morale dei sistemi di governo occidentali.​

In un momento di altissima tensione internazionale, la repubblica islamica ha deciso di ribaltare le accuse sulle violazioni dei diritti umani puntando il dito contro le contraddizioni di Stati Uniti e Israele, gli alleati che hanno lanciato l’operazione Epic Fury su Teheran. Sul punto, Baghaei ha ribadito le accuse verso gli Stati Uniti che “hanno lanciato un missile su una scuola”. 

Le regole dell’Iran sulla pornografia 

In Iran la produzione, la distribuzione e il consumo di materiale pornografico sono reati puniti severamente dal Codice penale, basato sulla sharia, la legge sacra islamica. Il sistema giudiziario considera questi atti come corruzione morale e offesa al pudore pubblico.

Le pene variano da sanzioni pecuniarie a detenzioni prolungate, fino alla pena capitale nei casi di produzione su larga scala o sfruttamento.

Per impedire l’accesso a questi contenuti, il governo di Teheran ha costruito uno dei sistemi di censura digitale più complessi al mondo. Il firewall nazionale blocca sistematicamente i siti web per adulti, costringendo i cittadini a utilizzare reti Vpn per aggirare le restrizioni. Lo stesso escamotage si sta sviluppando in Australia da quando Canberra ha vietato il porno ai minorenni.

In Iran, la crociata contro il porno è considerata dai vertici religiosi un baluardo per proteggere la famiglia tradizionale dalle influenze della cultura occidentali.

Il velo non obbligatorio

Il portavoce ha parlato anche del velo, che, quanto meno sulla carta non è obbligatorio, “Molti stranieri pensano che le iraniane indossino il burqa. Le donne sono libere. Abbiamo le nostre tradizioni che non vengono imposte. Le ragazze stanno esplorando nuovi modi di proiettare la loro libertà e di sviluppare le loro competenze”.

Il caso Epstein e i nuovi file su Trump

L’attacco frontale dell’Iran fa leva su dati e documenti reali che continuano a scuotere l’opinione pubblica americana. A febbraio, il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti ha reso pubbliche oltre tre milioni di pagine di file legati all’indagine sul traffico sessuale di minori gestito dal finanziere morto nel 2019. Dai documenti emergono dettagli inquietanti sui legami tra Jeffrey Epstein e figure di primissimo piano della politica e dell’economia globale.​

Tra i nomi citati nei nuovi fascicoli spicca quello dell’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, insieme al genero Jared Kushner e all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak.

Le carte del Dipartimento di giustizia documentano inoltre le richieste di Barak a Epstein per organizzare interviste con Trump e rivelano memorandum dell’Fbi che ipotizzano un ruolo di Epstein come agente cooptato dal Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana.

Per Teheran, la mercificazione dei corpi e l’impunità dei potenti diventano armi importanti: il regime sa bene che la guerra si combatte con missili, bombe e droni sul campo, e con la propaganda fuori dal Medio Oriente.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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