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Milano, un anziano su quattro è nella Grande Età: nasce l’Alleanza contro la solitudine

A Milano il problema non è solo invecchiare. È invecchiare senza sapere a chi chiedere aiuto. Può succedere a una persona anziana che vive sola, magari in un quartiere pieno di servizi, biblioteche, case di comunità, sportelli, associazioni e attività culturali. Le risorse ci sono, ma restano difficili da trovare, da capire, da attraversare. E così chi non rientra nelle soglie formali del welfare pubblico rischia di diventare invisibile: troppo autonomo per essere preso in carico, troppo fragile per cavarsela davvero da solo.

È da questo vuoto che nasce l’Alleanza per la Grande Età, il patto promosso da Fondazione Ravasi Garzanti, in collaborazione con Regione Lombardia e Comune di Milano e con il sostegno di Intesa Sanpaolo e Fondazione Monte di Lombardia. Il 28 maggio 2026, a BASE Milano, oltre 40 organizzazioni firmeranno un Manifesto per provare a ridisegnare il welfare della longevità partendo dai quartieri, dalle relazioni e dagli sportelli di prossimità.

Il titolo dell’evento, “Cosa sarò da grande?”, ribalta una domanda tipica dell’infanzia e la porta dentro l’età anziana. Perché vivere più a lungo non significa solo avere più anni davanti, ma anche chiedersi come abitarli: con quali servizi, quali legami, quale autonomia e quale posto nella comunità.

In Italia gli over 65 sono oltre 14 milioni. A Milano, secondo l’Anagrafe comunale citata dai promotori, sono più di 362mila, il 24,7% della popolazione. Una città su quattro è già nella “Grande Età”. Il punto, ora, è capire se Milano può diventare anche una città in cui invecchiare non significhi restare soli davanti a un sistema difficile da decifrare.

L’anziano solo che non sa a chi rivolgersi

La solitudine degli anziani non è fatta solo di case vuote. A volte è fatta di numeri di telefono che non si conoscono, moduli troppo complicati, servizi che esistono ma non si incontrano, soglie di accesso che lasciano fuori chi non è abbastanza fragile per essere preso in carico ma non è nemmeno abbastanza forte per orientarsi da solo.

È una fragilità meno visibile di altre, ma molto concreta. Può riguardare chi ha bisogno di un sostegno economico temporaneo, chi assiste un familiare e non sa quali misure siano disponibili, chi vive una vulnerabilità abitativa, chi avrebbe bisogno di compagnia, orientamento o semplicemente di qualcuno che lo aiuti a capire quale porta bussare.

L’Alleanza per la Grande Età parte da questa constatazione: il problema non è sempre l’assenza di servizi, ma la frammentazione. In una grande città possono esserci molte risorse e, nello stesso tempo, molte persone che non riescono a raggiungerle. È qui che il welfare di prossimità diventa decisivo: non un sistema lontano, da cercare con fatica, ma un punto riconoscibile nel quartiere.

L’obiettivo è costruire una rete capace di intercettare anche chi resta ai margini delle risposte tradizionali. Non solo gli anziani già seguiti dai servizi sociali, ma anche quelli che vivono una condizione intermedia: autonomi, ma soli; presenti nella città, ma poco connessi; formalmente fuori dall’emergenza, ma esposti a isolamento e impoverimento relazionale.

Dagli sportelli ai quartieri: cosa cambia davvero

La parte più concreta dell’Alleanza riguarda gli sportelli di prossimità. Oggi sono attivi in 14 luoghi civici della città, tra biblioteche, case di quartiere, ospedali e mercati rionali. Entro il 2027 l’obiettivo è arrivare a 30.

La crescita numerica conta, ma non è il punto principale. La scommessa è far sì che quegli sportelli non siano isole separate, bensì nodi di un sistema coordinato. Per una persona anziana che vive sola, questo può voler dire avere vicino casa un luogo in cui qualcuno ascolta il bisogno, orienta tra i servizi disponibili, accompagna verso le misure pubbliche e, quando serve, aiuta anche i caregiver familiari.

In alcuni casi, gli sportelli possono mettere a disposizione contributi economici temporanei in attesa che vengano attivati i sostegni pubblici a cui la persona ha diritto. È una funzione ponte: evitare che il tempo della burocrazia lasci scoperto chi ha un bisogno immediato.

Ma il welfare di quartiere immaginato dall’Alleanza non si ferma agli sportelli. Nel biennio 2026-2027 sono previsti nuovi progetti tematici co-costruiti con le organizzazioni aderenti: abitare e vulnerabilità abitativa, programmi intergenerazionali, attività culturali come pratica di cura, iniziative per rafforzare le relazioni nei quartieri.

Non “per” gli anziani, ma “con” gli anziani

Il Manifesto dell’Alleanza per la Grande Età, frutto di tre tavoli di co-progettazione e già sottoscritto da oltre 40 organizzazioni, ruota attorno a otto pilastri. Ma il principio più importante è forse uno: le persone anziane non sono destinatarie passive dei servizi. Non si progetta soltanto per loro, si progetta con loro. È un cambio di postura. Vuol dire immaginare tavoli in cui persone anziane, operatori, ricercatori, designer, volontari, istituzioni e organizzazioni del territorio siedano insieme per definire bisogni e soluzioni. Non perché ogni risposta debba essere uguale per tutti, ma perché la Grande Età non è una categoria omogenea. C’è chi cerca socialità, chi autonomia, chi supporto leggero, chi sicurezza abitativa, chi occasioni culturali, chi strumenti digitali, chi semplicemente un luogo in cui essere riconosciuto.

Questo approccio prova anche a scardinare lo stereotipo dell’anzianità come tempo fermo. La longevità, dicono i promotori, non è solo una questione sanitaria o assistenziale. È una fase della vita in cui possono esserci desideri, competenze, relazioni, progettualità. Per questo nell’Alleanza entrano anche organizzazioni culturali e università, accanto a fondazioni, istituzioni e operatori sociali. Le attività culturali possono diventare pratica di cura, i programmi intergenerazionali possono ricucire distanze, il design può aiutare a ripensare servizi più accessibili. La vecchiaia non viene trattata come un problema da confinare, ma come una dimensione da riportare dentro la vita della città.

Come capire se funzionerà

Il rischio, quando si parla di manifesti e alleanze, è che tutto resti sul piano delle buone intenzioni. Qui la parte decisiva sarà la verifica: quante persone verranno davvero raggiunte, quanti sportelli saranno attivati, quanti servizi erogati, quante organizzazioni riusciranno a lavorare insieme senza duplicare interventi o disperdere risorse.

Il sistema di monitoraggio previsto dall’Alleanza si muoverà su tre livelli. Il primo è operativo: sportelli, persone raggiunte, servizi attivati. Il secondo riguarda l’ecosistema: quante organizzazioni saranno connesse, quanto l’agenda sarà condivisa, quanto il coordinamento riuscirà a tenere insieme pubblico, filantropia, Terzo Settore, università e cultura. Il terzo è quello dell’impatto percepito: come si sentiranno le persone che useranno i servizi, i caregiver e gli operatori.

La traduzione pratica del Manifesto passerà anche da un Fondo filantropico condiviso e da un dispositivo di coordinamento chiamato a orientare nel tempo i progetti. Non un unico grande soggetto che “risolve” la longevità, ma una rete che prova a rendere più visibile ciò che già esiste e a costruire ciò che manca.

Per Felice Scalvini, direttore di Fondazione Ravasi Garzanti ETS, la cura è una responsabilità condivisa: “La cura funziona se questa visione collettiva viene percepita, compresa e condivisa. Solo allora diventa naturale immaginare la collaborazione tra tutti i soggetti: dal caregiver familiare alla Pubblica amministrazione, passando per soggetti organizzati come il volontariato, l’imprenditoria sociale, le fondazioni”. La sfida, dunque, non è soltanto aggiungere servizi. È fare in modo che una persona anziana sola non debba più sentirsi sola anche davanti al welfare.

 

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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