Menopausa, il corpo cambia già 15 anni prima. Poi arriva lo ‘strapiombo fisiologico’

La menopausa ha una lunga rincorsa e poi, improvvisamente, uno strapiombo. Il corpo femminile comincia a modificare alcuni dei suoi equilibri ormonali fino a 15 anni prima dell’ultima mestruazione, ma quando il ciclo si interrompe definitivamente succede qualcosa di molto più brusco: decine di parametri biologici cambiano traiettoria, dalle ossa al colesterolo, dal fegato alla composizione del sangue. È come se l’organismo, dopo essersi preparato per anni, attraversasse una soglia oltre la quale le regole cambiano. 

A descrivere questo fenomeno è uno studio pubblicato su Nature Medicine, condotto dai ricercatori del Weizmann Institute of Science, attraverso l’analisi di oltre 300 milioni di esami di laboratorio appartenenti a più di un milione di donne. 

Gli scienziati hanno scelto un’espressione piuttosto eloquente: physiological cliff, letteralmente ‘strapiombo fisiologico’. Non indica un improvviso crollo della salute, ma una trasformazione biologica più rapida e profonda di quella che normalmente accompagna l’avanzare dell’età. 

La menopausa, insomma, non è soltanto il momento in cui si chiude il capitolo della fertilità. Per buona parte dell’organismo rappresenta un cambio di fase. E ciò che emerge dalla ricerca potrebbe modificare il modo in cui viene osservata e seguita la salute delle donne già molto prima dei cinquant’anni. 

Il corpo cambia già a 35 anni? Cosa succede prima dell’ultima mestruazione 

Una donna di 35 anni, con un ciclo regolare e nessun sintomo particolare, difficilmente pensa alla menopausa. Eppure, se l’ultima mestruazione arriverà intorno ai 50 anni, alcuni meccanismi ormonali potrebbero aver già cominciato a modificare il proprio ritmo. 

I ricercatori hanno individuato tre segnali precoci. Il primo riguarda l’ormone antimülleriano (AMH), un indicatore della riserva ovarica, la cui diminuzione accelera circa 15 anni prima dell’ultima mestruazione. Il secondo è l’ormone follicolo-stimolante (FSH), coinvolto nella maturazione dei follicoli ovarici, che inizia ad aumentare più rapidamente circa 14 anni prima. Infine, l’estradiolo, uno dei principali estrogeni femminili, mostra un declino più marcato a partire da circa 12 anni prima. 

Sono cambiamenti che si sviluppano dietro le quinte. Le mestruazioni possono continuare normalmente e la vita quotidiana non risentirne affatto. L’AMH, per esempio, diminuisce fisiologicamente con l’età: il fatto che la sua discesa acceleri non significa che la fertilità sia già terminata. 

Perché allora questi 15 anni contano? Perché spostano indietro il momento in cui la trasformazione ormonale diventa osservabile. La fase che comunemente viene riconosciuta come perimenopausa, caratterizzata da cicli irregolari, vampate o disturbi del sonno, è soltanto la parte più evidente di un processo molto più lungo. 

È una differenza sostanziale. Nella percezione comune la menopausa comincia quando il ciclo dà i primi segnali di cedimento. La biologia descritta dallo studio segue un calendario diverso, scandito da cambiamenti progressivi che possono restare silenziosi per anni. 

La ricerca riapre anche una questione che riguarda direttamente le donne tra i 35 e i 45 anni: quanto sappiamo davvero dell’invecchiamento ovarico prima che si manifestino i primi sintomi? 

La risposta è ancora parziale. Conoscere meglio le traiettorie ormonali permette di ricostruire il percorso biologico, ma non significa poter leggere in un esame del sangue la data della futura menopausa. Anche il ruolo dell’AMH nella previsione della fertilità individuale richiede interpretazioni cliniche molto più articolate di un semplice valore numerico. 

Peraltro, l’età dell’ultima mestruazione varia considerevolmente. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la menopausa naturale si verifica generalmente tra i 45 e i 55 anni. Le differenze dipendono da fattori genetici, condizioni di salute e altre variabili che la ricerca continua a indagare. Tra queste figurano anche fattori ambientali e sociali, al centro di studi sull’età della menopausa e sull’influenza dello stress. 

La novità introdotta dallo studio sta soprattutto nella possibilità di osservare l’evoluzione degli ormoni con una profondità temporale che gli studi precedenti non erano riusciti a ricostruire. 

Lo ‘strapiombo fisiologico’: quando il corpo cambia marcia 

Se la preparazione alla menopausa può durare oltre un decennio, il passaggio decisivo sembra avere tempi molto più stretti. Analizzando 90 parametri di laboratorio, i ricercatori hanno scoperto che 52 mostravano cambiamenti bruschi in corrispondenza della menopausa. Più della metà degli indicatori esaminati. 

Ed è qui che la ricerca esce definitivamente dall’ambito della sola ginecologia. Gli estrogeni, infatti, non lavorano esclusivamente per la riproduzione. Interagiscono con numerosi organi e contribuiscono a regolare processi che riguardano la salute dell’intero organismo. 

Le ossa sono tra i primi tessuti a risentire della loro diminuzione. Quando la produzione estrogenica si riduce, può accelerare il riassorbimento osseo, il processo attraverso il quale il tessuto viene progressivamente demolito e rinnovato. Se la perdita supera la formazione di nuovo tessuto, le ossa diventano più fragili. 

Il fenomeno aiuta a spiegare perché l’osteoporosi sia così strettamente associata alla postmenopausa. In Italia si stima che interessi circa cinque milioni di persone, in larga maggioranza donne. La salute delle ossa è infatti uno degli ambiti centrali dei programmi di prevenzione dedicati alla salute femminile. 

Anche il metabolismo dei grassi cambia. Il calo degli estrogeni può contribuire all’aumento del colesterolo LDL, quello comunemente definito ‘cattivo’, e a modificazioni che incidono sul rischio cardiovascolare. Lo studio ha individuato discontinuità anche in parametri legati al fegato, alla funzione renale e alla composizione del sangue. 

Si tratta di sistemi apparentemente lontani dalla fertilità, ma collegati da una complessa rete di regolazione ormonale. Quando l’attività ovarica si modifica profondamente, gli effetti possono propagarsi ben oltre l’apparato riproduttivo. 

Ma come si distingue la menopausa dal normale invecchiamento? È il problema che per anni ha reso difficile comprendere la reale portata di questi cambiamenti. Intorno ai cinquant’anni, uomini e donne attraversano inevitabilmente trasformazioni metaboliche e fisiologiche. Attribuire ogni variazione agli ormoni sarebbe quindi fuorviante. 

I ricercatori hanno affrontato la questione confrontando i dati femminili con quelli maschili. Negli uomini, intorno alla stessa età, numerosi parametri biologici continuano a seguire un’evoluzione relativamente graduale. Nelle donne, invece, la ricostruzione mostra una discontinuità concentrata intorno all’ultima mestruazione. È proprio questo salto che gli autori hanno battezzato strapiombo fisiologico. Per farlo emergere dai dati hanno utilizzato un metodo matematico ispirato all’astronomia, dove tecniche di ricostruzione permettono di recuperare dettagli nascosti in immagini sfocate. 

Nel caso della menopausa, a rendere sfocato il fenomeno è il fatto che ogni donna raggiunge l’ultima mestruazione a un’età differente. Mescolando semplicemente i dati delle quarantenni, cinquantenni e sessantenni, le trasformazioni finiscono per apparire più graduali di quanto siano. 

Il modello statistico ha permesso di riallineare idealmente le traiettorie biologiche rispetto all’ultima mestruazione, mettendo in evidenza cambiamenti che le analisi basate sulla sola età anagrafica tendevano a nascondere. 

Non è la prima ricerca a individuare accelerazioni nei processi di invecchiamento. Altri studi sui cambiamenti biologici che si concentrano in determinate fasi della vita avevano già messo in discussione l’idea di un declino sempre uniforme. Il lavoro pubblicato su Nature Medicine aggiunge una chiave di lettura specificamente femminile: alcuni passaggi biologici sembrano scanditi dalla storia riproduttiva, oltre che dagli anni trascorsi dalla nascita. 

Il paradosso della menopausa: alcune cose peggiorano, altre migliorano 

Lo strapiombo fisiologico non è necessariamente una discesa verso una salute peggiore. Alcuni parametri peggiorano, altri migliorano e altri ancora attraversano una fase di instabilità per poi assestarsi. 

È quello che emerge osservando le diverse condizioni di salute analizzate dai ricercatori. Sul fronte cardiovascolare, la menopausa si associa a un’accelerazione di alcuni indicatori di rischio. Una dinamica simile riguarda l’osteoporosi, mentre il metabolismo può diventare meno favorevole sotto diversi aspetti. 

Il quadro cambia quando si osservano i disturbi dell’umore e del sonno. Nell’analisi sono emerse variazioni dei sintomi depressivi particolarmente concentrate intorno alla transizione menopausale, seguite da un successivo ridimensionamento. Anche alcune difficoltà del sonno mostravano un andamento in parte transitorio. 

La ricerca suggerisce quindi che determinati disturbi possano avere una relazione temporale più stretta con il passaggio menopausale, mentre altri rischi, come quello osseo e cardiovascolare, acquistano maggiore rilevanza nel lungo periodo. 

E poi c’è il ferro. Con la fine delle mestruazioni scompaiono anche le perdite periodiche di sangue. Questo cambiamento può tradursi in un miglioramento delle riserve di ferro e dei valori di emoglobina, riducendo la probabilità di anemia legata alle perdite mestruali. 

La domanda diventa allora quali cambiamenti siano inevitabili e su quali sia possibile intervenire. Una prima indicazione arriva dall’analisi delle donne che assumevano una terapia ormonale per la menopausa. In diversi parametri, soprattutto quelli riguardanti la salute delle ossa, il fegato e i reni, le variazioni risultavano meno pronunciate. 

Questo potrebbe indicare che la terapia contribuisca ad attenuare alcuni effetti fisiologici della transizione. I dati, però, provengono da cartelle cliniche e registrazioni sanitarie: non da uno studio in cui le partecipanti sono state assegnate casualmente a ricevere o meno il trattamento. L’effettivo ruolo della terapia dovrà essere verificato con ulteriori ricerche. 

Per la pratica clinica, la scelta di una terapia ormonale continua a dipendere dai sintomi, dalla storia medica e dal rapporto individuale tra benefici e rischi. Le indicazioni del National Institute for Health and Care Excellence britannico, per esempio, ne prevedono l’utilizzo per il trattamento di diversi sintomi menopausali, ma escludono che venga proposta specificamente per prevenire le malattie cardiovascolari. 

La prospettiva aperta dallo studio riguarda piuttosto il momento in cui cominciare a occuparsi di determinati rischi. Se le modificazioni ormonali preparano il terreno per anni e alcuni cambiamenti metabolici accelerano intorno all’ultima mestruazione, aspettare la comparsa di un problema potrebbe significare perdere opportunità di prevenzione. 

La pressione arteriosa, i valori del colesterolo, il rischio di osteoporosi e le abitudini di vita entrano così in una valutazione più ampia della salute femminile. Un approccio che deve naturalmente rispettare le indicazioni cliniche previste per le diverse età, senza trasformare ogni variazione ormonale in una patologia da trattare. 

Il tema ha anche una dimensione sociale. In Italia la menopausa interessa una parte consistente della popolazione femminile, ma l’assistenza sanitaria resta spesso frammentata tra ginecologi, medici di medicina generale e specialisti di altre discipline. Nel 2025, un’iniziativa parlamentare aveva portato all’attenzione pubblica la condizione di milioni di italiane prive di un percorso pubblico strutturato di assistenza alla menopausa. Un’organizzazione più integrata potrebbe risultare particolarmente utile proprio alla luce della natura multisistemica della transizione descritta dalla ricerca. 

E c’è un’altra questione, meno visibile nei dati clinici: ciò che le donne raccontano della menopausa non sempre coincide con ciò che viene registrato durante le visite. Una ricerca sulle conversazioni online e sulla documentazione medica ha mostrato differenze significative tra i sintomi discussi spontaneamente dalle donne e quelli più frequentemente riportati nelle cartelle cliniche. Ansia, difficoltà cognitive, cambiamenti del peso e disturbi della vita quotidiana possono assumere una centralità diversa a seconda del contesto in cui vengono raccontati. 

Lo studio del Weizmann Institute aggiunge a queste esperienze una mappa dei cambiamenti biologici che le accompagnano o le precedono. E offre una spiegazione del perché la menopausa possa manifestarsi in modi tanto diversi: una trasformazione che coinvolge contemporaneamente numerosi sistemi dell’organismo non produce necessariamente gli stessi effetti, con la stessa intensità, in tutte le donne. 

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Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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