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Culle più piene, Matteo Renzi premier e caffè a meno di un euro: quanto è cambiata l’Italia dall’ultimo mondiale ad oggi?

L’Italia non si è qualificata Mondiali per la terza volta consecutiva. Un’assenza di dodici anni che diventa un’infinità per una squadra seconda che di Coppe nel Mondo ne ha vinte 4 (come la Germania, dietro solo alle 5 del Brasile) e per un popolo appassionato di questo sport come pochi altri. Nel 2014, quando la Nazionale di calcio italiana ha partecipato per l’ultima volta ai Mondiali, le culle erano meno vuote, la vita costava meno, Matteo Renzi era il presidente del Consiglio e Arisa vinceva Sanremo con “Controvento”. Ecco come è cambiato il Paese da allora.

La crisi demografica agli albori 

Nel 2014 in Italia nacquero circa 509.000 bambini. Il calo delle nascite era già iniziato, ma la situazione non era drammatica come quella odierna. Non a caso, solo gli addetti ai lavori parlavano di crisi demografica.

Come riportano gli Indicatori demografici Istat appena pubblicati, nel 2025 quel numero è sceso a 355.000 nuovi nati, il minimo storico dall’Unità d’Italia. Non un minimo dal dopoguerra, non un minimo degli ultimi decenni. Il minimo assoluto da quando esiste il regno, poi la prima repubblica, e dopo ancora il Paese che conosciamo oggi.

In dieci anni l’Italia ha perso oltre 139.000 nascite all’anno. Una città come Modena o Reggio Emilia, sparita ogni anno dai registri anagrafici.

Il tasso di fecondità riflette la stessa dinamica: nel 2014 nascevano 1,37 figli per donna (già molto lontani dai 2,1 fissati dal tasso di sostituzione) nel 2025 quel numero è crollato a 1,14 figli per donna.

Nel frattempo, l’età media della popolazione italiana è cresciuta. Nel 2014 era di 44,2 anni, mentre nel 2025 è salita a 47,1 anni. Un Paese che invecchia velocemente, offrendo sempre meno spazio e risorse al futuro.

Unica nota (relativamente) positiva certificata dal rapporto Istat è che nel 2025, per la prima volta, la popolazione italiana ha segnato una crescita zero dopo dodici anni di lento ma costante declino, attestandosi a 58 milioni e 943mila residenti.

I giovani e il lavoro: meno disoccupazione, ma quanti ne sono rimasti?

Nel 2014 la disoccupazione giovanile era una vera piaga del Paese, oggi lo è molto meno. Dodici anni fa la disoccupazione giovanile nella fascia 15-24 anni era al 44,2% nel 2014; a gennaio 2025 questo dato era crollato al 18,9%. Un miglioramento reale, netto, impossibile da confutare.

Il contesto in cui quel dato va letto, tuttavia, è più complicato: la disoccupazione giovanile italiana resta sopra la media europea (l’Italia è uno dei Paesi Ue con la più alta percentuale di Neet), e dal 2014 ad oggi molti giovani disoccupati hanno lasciato l’Italia alimentando la cosiddetta “fuga dei cervelli”, che è anche fuga di mani, braccia e produttività in senso lato. Insomma, ci sono meno disoccupati, ma anche meno giovani su cui contare. Il mercato del lavoro italiano ha migliorato le sue performance, ma il puro dato numerico è viziato da una platea demograficamente più ristretta e più vecchia.

Il costo della vita: quando il caffè era ancora sotto un euro 

Un aspetto direttamente collegato al lavoro è l’inflazione. Mentre gli stipendi nominali hanno subito, con i dovuti distinguo tra i vari settori, aumenti contenuti, il costo della vita è salito vertiginosamente.

Negli anni, il costo del caffè al bar è diventato il termometro emotivo del costo della vita in Italia. Non poteva essere altrimenti in un Paese che ama il caffè almeno quanto ama il calcio. Nel 2014, il prezzo medio era intorno agli 0,98 euro, secondo una rilevazione del Corriere della Sera dell’epoca.

Nel 2025, la media si aggirava intorno a 1,25 euro, secondo i trend Istat sui prezzi al consumo e i dati di settore. Una variazione di circa il 27% in poco più di un decennio.

Il caffè, da solo, non spiega tutto perché il suo costo è fortemente influenzato dalla crisi climatica. Maggiori informazioni arrivano ancora dall’Istat, quando certifica che nel periodo 2022-2023 i prezzi di alimenti e bevande sono cresciuti oltre l’inflazione generale, già portata in doppia cifra dalla pandemia (con la successiva politica monetaria espansiva) e dalla guerra in Ucraina, arrivate una dopo l’altra senza lasciare tregua all’indice dei prezzi. A tal riguardo giova sottolineare che quando si dice che l’inflazione rallenta, non significa che beni e servizi costino meno, ma solo che il loro prezzo sta aumentando a un ritmo inferiore rispetto ai mesi precedenti.

Il potere d’acquisto delle famiglie italiane ha subito una compressione che i salari reali — storicamente bassi nel confronto europeo — non hanno compensato.

La politica capovolta 

Se è vero che la politica è specchio di un Paese, allora quest’ultimo paragrafo racconta tanto di quanto sia cambiata l’Italia in questi dodici anni.

Alle elezioni europee del 2014 il Pd guidato dall’allora premier Matteo Renzi prese il 40,8% dei voti. Un risultato straordinario, anomalo e mai più visto nella storia recente della sinistra italiana. Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni, si fermò al 4,4%. Era una forza marginale, di nicchia, quasi invisibile nel panorama europeo.

Oggi la fotografia è capovolta. Secondo Pagella Politica, nei sondaggi di dicembre 2025 Fratelli d’Italia è al 29,8%, mentre il Pd si attesta al 22,2%. FdI è stabilmente il primo partito italiano da settembre 2022, da quando cioè Giorgia Meloni ha vinto le elezioni politiche e ha assunto la guida del governo.

Sono passati dodici anni. Il partito che era ai limiti della soglia di sbarramento è oggi al governo del Paese. Quello che aveva preso il 40% è in cerca di identità. Non è solo un cambio di maggioranza: è uno spostamento del baricentro politico italiano che non ha precedenti nella storia recente della Repubblica.

Cosa resta dell’Italia del 2014 

Nell’estate del 2014, mentre l’Italia usciva dalla fase acuta della crisi finanziaria e si illudeva che il peggio fosse passato, la Nazionale giocava i Mondiali in Brasile. Veniva eliminata al girone, battuta da Uruguay e Costa Rica tra la disperazione dei tifosi azzurri, inconsapevole che quello sarebbe stato solo l’inizio del tracollo.

L’Italia del 2026 è più vecchia, più cara, politicamente ribaltata rispetto a quella degli ultimi Mondiali. Forse non è peggio. Forse non è meglio. Di sicuro, non è la stessa. Sembra proprio un’Italia “Controvento”.

Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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