Longevità, l’Italia tocca il record di 84 anni di vita: ma la salute si ferma prima dei 60

La speranza di vita in Italia ha toccato il suo massimo storico attestandosi a 83,7 anni, ma dietro questo trionfo statistico si cela una realtà ben più fragile: gli anni vissuti in piena salute si fermano ad appena 59,1. È il paradosso di un Paese che conquista tempo ma fatica a garantirne la qualità, costringendo milioni di cittadini a trascorrere quasi un quarto di secolo convivendo con acciacchi, cronicità o disabilità. Una discrasia profonda, fotografata dall’Istat, che assume i contorni di una doppia ingiustizia sociale: da un lato colpisce duramente le donne, che pur essendo più longeve degli uomini perdono prima lo stato di benessere; dall’altro spalanca una voragine geografica che spacca la penisola, dove la lotteria della nascita fa sì che a Bolzano si resti sani fino a quasi 68 anni, mentre in Calabria la curva della salute inizi a crollare già a 52.

La trappola del quarto di secolo

Con 81,7 anni di speranza di vita per gli uomini e 85,7 per le donne, l’Italia consolida il terzo gradino del podio europeo, alle spalle soltanto di Spagna e Svezia (rispettivamente 84 e 83,8 anni). Eppure, la distanza tra la durata della vita e la sua qualità apre una faglia di 24,6 anni trascorsi in condizioni non ottimali.

Non si tratta di un mero dato anagrafico, ma di un cambiamento radicale nella traiettoria biografica delle persone: la sopravvivenza non coincide più con l’autosufficienza. Se nel 2025 l’indicatore degli anni in buona salute fa registrare un lieve rimbalzo tecnico (risalendo a 59,1 anni dopo quattro anni consecutivi di flessione), la tendenza di lungo periodo segnala come la vittoria sulle cause di morte precoce non sia stata accompagnata da un’efficace prevenzione dell’insorgenza delle malattie cronico-degenerative.

Il paradosso femminile: il prezzo amaro della longevità

La contraddizione più marcata attraversa i generi. Il vantaggio biologico e comportamentale delle donne assicura loro quattro anni di vita in più rispetto ai coetanei maschi (85,7 anni contro 81,7), ma si ribalta negativamente sul piano della salute percepita ed effettiva.

Alla nascita, un uomo può attendersi mediamente 60,2 anni di vita sana, mentre una donna si ferma a 58 anni, accumulando un deficit di oltre due anni. La forbice diventa drammatica nella fase avanzata dell’esistenza: superata la soglia dei 75 anni, il 53,4% delle donne versa in condizioni di cattiva salute (ossia soffre di almeno tre patologie croniche o presenta gravi limitazioni funzionali), contro il 38,5% degli uomini. Le donne, insomma, sopravvivono più a lungo ma scontano un periodo prolungato di non autosufficienza e vulnerabilità, spesso dovendo contemporaneamente farsi carico dell’assistenza familiare.

La lotteria del codice postale e del titolo di studio

In Italia, la salute non è un bene distribuito equamente: dipende in larga misura dalla regione in cui si risiede e dal livello di istruzione conseguito. Per quanto riguarda la frattura territoriale, il Mezzogiorno sconta un ritardo strutturale non colmato. Se al Nord e al Centro l’aspettativa di vita sana si attesta rispettivamente a 60,3 e 60,1 anni, nel Sud scivola a 56,7 anni. Il confronto tra le singole province fotografa due mondi paralleli: la Provincia autonoma di Bolzano primeggia con 67,9 anni di vita in buona salute, seguita da Trento (62,7); all’estremo opposto precipitano la Calabria (52,6 anni), la Basilicata (54,9) e la Sicilia (55,9). Tra un cittadino altoatesino e uno calabrese ballano oltre quindici anni di vita libera da malattie.

Anche il livello di studio incide direttamente sulla tenuta fisica. Tra gli over 75, la presenza di multicronicità e limitazioni gravi interessa il 53,7% di chi possiede al massimo la licenza elementare, a fronte del 38,1% tra chi ha conseguito un diploma o una laurea. L’istruzione agisce come barriera protettiva nell’accesso all’informazione sanitaria, nell’adozione di corretti stili di vita e nella tempestività delle diagnosi.

La tenuta del welfare: l’imbuto delle liste d’attesa

Questo esercito di persone fragili – con quasi un anziano su due sopra i 75 anni bisognoso di cure continuative – preme su un sistema sanitario universale in affanno.

Nel solo 2025, sono oltre 5,6 milioni le persone (il 9,6% della popolazione residente) costrette a rinunciare a visite specialistiche o accertamenti diagnostici necessari. La rinuncia non deriva dalla disattenzione, ma da barriere logistiche ed economiche: il 6,5% getta la spugna a causa delle liste d’attesa bloccate, mentre il 5,2% non può sostenere i costi delle prestazioni private o dei ticket. La rinuncia tocca il picco dell’11,2% tra le donne e supera il 19% in territori insulari come la Sardegna. E mentre l’Assistenza Domiciliare Integrate compie timidi passi avanti coprendo il 4,6% degli anziani, la rete territoriale resta insufficiente a colmare il vuoto lasciato dall’ospedalizzazione.

La vera sfida della sanità e del welfare per i prossimi decenni non risiede più nell’estendere ulteriormente la curva demografica, bensì nell’avvicinare la speranza di vita in salute a quella complessiva. Continuare a celebrare il record degli 84 anni ignorando che la salute abbandona gli italiani prima del compimento dei sessant’anni significa scambiare un problema di sostenibilità sociale e sofferenza individuale per un successo di civiltà.

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Popolazione

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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