Scuola, Valditara: “Con oltre il 40% di stranieri che non parlano bene l’italiano crollano gli apprendimenti”

“Se si supera il 40% di stranieri che in una classe non parlano bene la lingua nazionale, crollano gli apprendimenti a svantaggio di tutti”. A dirlo è il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, durante la presentazione del rapporto Ocse Education at a Glance 2026, richiamando uno studio dell’organizzazione sugli effetti delle difficoltà linguistiche sul rendimento scolastico. Secondo il ministro, un calo delle competenze si registra già quando la quota di studenti con difficoltà linguistiche è compresa tra il 10% e il 30%. “Per questo alcuni Paesi, tra i quali la Germania, stanno pensando di adottare misure simili alle nostre”, ha aggiunto, riferendosi alle nuove regole italiane sulla composizione delle classi.

Il rapporto Ocse offre anche un quadro dei progressi della scuola italiana, dalla riduzione dell’abbandono scolastico al calo dei giovani che non studiano e non lavorano, fino ai risultati degli studenti nelle prove Pisa 2025, superiori alla media internazionale in lettura e matematica.

Quanto pesano la lingua e le condizioni familiari sui risultati scolastici

Nelle scuole italiane gli alunni con cittadinanza non italiana sono 931.323, pari all’11,6% degli iscritti nell’anno scolastico 2024/2025. Oltre il 65% frequenta istituti del Nord, con una presenza particolarmente elevata in Emilia-Romagna e Lombardia.

Secondo l’indagine Ocse Pisa 2022, in Italia gli studenti con background migratorio ottenevano mediamente 30 punti in meno in matematica e 31 in meno in lettura rispetto ai coetanei senza background migratorio. Dopo aver considerato le condizioni socioeconomiche delle famiglie, entrambi gli scarti non risultavano più statisticamente significativi. Il 52% degli studenti di origine immigrata apparteneva infatti alla fascia socioeconomica svantaggiata, contro il 25% della popolazione studentesca complessiva.

Le differenze riguardano anche l’età di ingresso nel sistema educativo. Tra gli studenti immigrati di prima generazione esaminati da Pisa 2022 in Italia, il 53% era arrivato entro i cinque anni, mentre il 19% aveva raggiunto il Paese dopo i dodici, avendo quindi frequentato parte del percorso scolastico all’estero.

“La conoscenza dell’italiano da parte dei genitori è fondamentale per la carriera scolastica dei figli”, ha sostenuto Valditara, aggiungendo che l’utilizzo di una lingua diversa da quella nazionale nell’ambiente familiare può penalizzare il rendimento.

Le indagini Ocse rilevano anche le abitudini linguistiche domestiche. Secondo Pisa 2025, nei 29 Paesi con dati comparabili il 71% degli studenti immigrati di prima generazione parlava prevalentemente a casa una lingua diversa da quella utilizzata nelle prove scolastiche. La percentuale scendeva al 47% per i ragazzi di seconda generazione. In Italia, nell’indagine del 2022, il 59% degli studenti con background migratorio dichiarava di utilizzare prevalentemente in famiglia una lingua diversa da quella della valutazione.

La lingua parlata in casa non misura direttamente la conoscenza dell’italiano. Gli studenti bilingui possono utilizzare abitualmente una lingua con i familiari e un’altra durante le attività scolastiche. Le difficoltà di apprendimento emergono quando la padronanza della lingua d’insegnamento è insufficiente per comprendere testi, consegne e spiegazioni, anche nelle materie scientifiche.

L’Italia ha già avviato interventi specifici per gli alunni che entrano nel sistema scolastico senza possedere competenze linguistiche di base. Dall’anno scolastico 2025/2026 è prevista la possibilità di assegnare docenti dedicati all’insegnamento dell’italiano come seconda lingua nelle classi in cui almeno il 20% degli iscritti si trova in questa condizione.

Il decreto-legge 30 settembre 2026, n. 170, entrato in vigore il 1° ottobre e soggetto alla conversione parlamentare, introduce inoltre un limite del 30% per determinate categorie di studenti con cittadinanza non italiana nelle prime classi della primaria, delle medie e delle superiori, con applicazione prevista dal 2027/2028. Il conteggio tiene conto del luogo di nascita e del percorso scolastico già svolto in Italia, mentre sono previste deroghe legate al domicilio e alle esigenze familiari.

Il provvedimento comprende anche corsi gratuiti di italiano per i genitori stranieri, attraverso i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia), quando le loro difficoltà linguistiche incidono negativamente sul percorso scolastico dei figli. La mancata partecipazione ai corsi prescritti comporta sanzioni amministrative da 200 a 1.000 euro.

Abbandono scolastico ai minimi, l’Italia raggiunge l’obiettivo Ue con cinque anni d’anticipo

“Abbiamo registrato una forte riduzione dell’abbandono precoce dell’istruzione e della formazione, sceso dall’11,5% del 2022 all’8,2% del 2025”, ha dichiarato Valditara. Una diminuzione di 3,3 punti percentuali che, secondo il ministro, ha consentito all’Italia di raggiungere con cinque anni di anticipo l’obiettivo europeo di portare il tasso sotto il 9% entro il 2030.

L’indicatore riguarda i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno conseguito al massimo un titolo di scuola secondaria di primo grado e non frequentano ulteriori percorsi di istruzione o formazione.

Per il 2026 Valditara ha inoltre citato una stima Invalsi ancora più favorevole, che porterebbe l’abbandono al 7,3%. Il ministro ha parlato anche di un possibile recupero di 520mila ragazzi dal 2022 a oggi, secondo le stime dell’Istituto.

I progressi riguardano anche i Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi. Secondo Education at a Glance 2026, in Italia la loro quota tra i 18 e i 24 anni è diminuita dal 30% del 2015 al 16% del 2025, una riduzione di 14 punti percentuali. Nello stesso periodo, nei Paesi Ocse con dati comparabili, la media è scesa dal 16% al 13%. La quota italiana resta dunque superiore a quella internazionale, pur avendo registrato una riduzione più ampia.

Anche il livello d’istruzione dei giovani adulti è migliorato. La quota di italiani tra i 25 e i 34 anni privi di un diploma di scuola secondaria superiore è passata dal 26% del 2015 al 19% del 2025. Rimangono differenze territoriali: la percentuale di adulti con un titolo d’istruzione terziaria varia dal 17% della Sicilia al 29% del Lazio.

Sul fronte delle competenze, Valditara ha richiamato i risultati di Pisa 2025, con la scuola italiana sopra la media Ocse in lettura e matematica. I quindicenni italiani hanno ottenuto 474 punti in lettura, contro i 461 della media Ocse, e 468 in matematica, rispetto a 463. In scienze, il punteggio italiano è aumentato di sei punti rispetto al 2022, una variazione che l’Ocse considera non statisticamente significativa.

Valditara ha richiamato anche gli interventi contro la dispersione scolastica. Per Agenda Sud ha riferito risultati positivi tra il 2023 e il 2026 in Puglia, Calabria, Basilicata e Campania. Per Agenda Nord ha chiesto di concentrare le attività nelle scuole delle periferie dei grandi centri urbani, dove si registra una maggiore presenza di studenti stranieri e di alunni in condizioni di fragilità.

Meno alunni, classi più piccole e docenti più anziani della media Ocse

La dimensione delle classi italiane è inferiore alla media Ocse. Nel 2024, secondo i dati richiamati da Valditara, le scuole primarie accoglievano mediamente 18 alunni per classe, contro i 21 della media internazionale. Nella secondaria di primo grado erano 20, rispetto ai 23 degli altri Paesi Ocse.

Anche sul piano delle risorse emergono differenze tra i livelli d’istruzione. Nel 2023 l’Italia destinava alla scuola primaria una spesa pubblica per studente di 14.313 dollari a parità di potere d’acquisto, contro i 12.893 della media Ocse. Nella secondaria di primo grado il valore saliva a 15.034 dollari, rispetto a una media internazionale di 14.291.

Considerando invece tutti i livelli dalla primaria all’università, la spesa pubblica italiana per studente era di 12.895 dollari, inferiore ai 13.601 della media Ocse. Nel confronto intervengono le differenti risorse destinate ai singoli cicli d’istruzione, soprattutto all’università.

Sul versante delle retribuzioni, il rapporto evidenzia che gli insegnanti italiani della scuola secondaria di primo grado guadagnano mediamente il 33% in meno rispetto agli altri lavoratori con un livello d’istruzione terziaria. Per i docenti della scuola dell’infanzia il divario raggiunge il 36%. L’Ocse segnala che negli ultimi anni l’Italia ha adottato misure per incrementare gli stipendi attraverso i rinnovi dei contratti collettivi nazionali.

Nel 2024, il 36% dei docenti italiani della scuola secondaria aveva almeno 55 anni, contro il 25% della media dei Paesi Ocse con dati disponibili. La percentuale italiana è comunque diminuita rispetto al 46% registrato nel 2015.

La professione sta inoltre attirando persone provenienti da altri settori lavorativi. Secondo l’indagine Ocse Talis 2024, il 15% degli insegnanti italiani della secondaria di primo grado è entrato nella professione dopo almeno dieci anni di esperienza in altri ambiti, contro una media Ocse dell’8%. Complessivamente, il 67% dei docenti italiani dichiara di aver maturato esperienze professionali esterne all’istruzione, rispetto al 57% della media internazionale.

Il ricambio del personale si intreccia con il calo della popolazione scolastica. Tra il 2015 e il 2024, in Italia, il numero degli alunni della primaria è diminuito dell’11%, mentre quello degli insegnanti è aumentato del 4%. Secondo le proiezioni riportate dall’Ocse, la popolazione italiana tra i 5 e i 14 anni diminuirà di un ulteriore 18% tra il 2024 e il 2033.

La contrazione demografica presenta già effetti più marcati nella scuola dell’infanzia: tra il 2015 e il 2024 il numero dei bambini iscritti è diminuito del 24%, mentre quello degli insegnanti è sceso del 7%. Nello stesso periodo il rapporto tra bambini e docenti si è ridotto del 18%.

Secondo l’Ocse, l’andamento della popolazione scolastica potrebbe determinare una diminuzione del fabbisogno di insegnanti, a parità di politiche educative. Le esigenze di personale dipenderanno però anche dalla distribuzione territoriale del calo delle nascite, dalla dimensione delle classi, dai pensionamenti e dalle risorse destinate all’istruzione.

 

 

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Giovani

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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