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“E se fossimo fratelli?”, la storia di Audrey e Arthur: innamorati ma con un dubbio

Un amore nato da un colpo di fulmine, la propria identità legata ad un genitore sconosciuto e la paura di essere consanguinei. A raccontare la loro storia ai microfoni della Bbc sono stati Audrey e Arthur, una coppia francese di circa 50 anni che ha dovuto combattere con le leggi nazionali e con un sistema burocratico senza fine per veder coronata la propria storia d’amore e conoscere le proprie origini.

Entrambi nati da donatori di sperma, i due si sono conosciuti nell’ambito dell’attività di promozione di una campagna contro le leggi francesi che vietano test del Dna casalinghi. Per la coppia è stato un “colpo di fulmine”, ma il dubbio di essere fratelli biologici frenava ogni possibilità di stare insieme. Poi, la svolta.

I dubbi dei figli nati da donazione di sperma

Arthur ha raccontato che per anni ha trascorso la sua vita con un’ossessione: guardare ogni uomo in strada e chiedersi se fosse suo padre. A peggiorare la situazione è stata Audrey, nata anche lei a Parigi con una donazione di sperma, e della quale Arthus si è subito innamorato perdutamente.

Il loro primo incontro è avvenuto nel 2010. I due si sono ritrovati insieme a un raduno di attivisti sui diritti dei figli nati da donazione di sperma ed è stato amore a prima vista. All’epoca della loro nascita, però, a Parigi c’erano solo due banche del seme e i donatori facevano donazioni multiple. La possibilità di essere fratellastri biologici era reale e spaventosa. “Quell’attrazione magnetica era vero amore o solo chimica genetica?”. E questo dubbio li ha tormentati per anni: prima di costruire un futuro insieme, dovevano assolutamente scoprire la verità. Ma la legge francese l’aveva resa quasi inaccessibile.

Troppi “fratelli”? L’Europa dice basta ai super-donatori

La Francia e l’illegalità dei test del Dna

In Francia la genetica è un affare di Stato. Fare un test del Dna a domicilio acquistato online è un reato penale. La richiesta di effettuarlo può sorgere in diversi contesti specifici, come nel caso di un test di paternità disposto dal tribunale o per specifici scopi di ricerca medica e scientifica. Se si fornisce un campione di Dna al di fuori dei casi previsti dalla legge, si rischia una multa di 3.750 euro, mentre le aziende che offrono questo servizio rischiano la reclusione fino a un anno o una multa di 15.000 euro. Chi difende questa legge del 1994 sostiene che serva a proteggere i dati sensibili e a evitare drammi familiari o conseguenze psicologiche, ma nei fatti la Francia è l’unico Paese europeo a criminalizzare severamente questi test.

Audrey, ironia della sorte, è un’avvocatessa specializzata proprio in diritto bioetico. Sapeva benissimo che la legge blindava l’anonimato dei donatori, ma sapeva anche di essere nata nel 1979, prima che quella legge esistesse. Cercando altre persone nella sua stessa situazione, si è imbattuta in Arthur, che aveva persino scritto un libro sul desiderio di conoscere le proprie origini.

Tra loro l’intesa è stata immediata, ma anche il blocco: potevano davvero passare da un’amicizia a una relazione sentimentale con il dubbio di condividere lo stesso sangue? Hanno chiesto aiuto a chiunque, ma nessuna autorità voleva dare loro risposte.

Il matrimonio nonostante i dubbi

La ricerca della verità è diventata un’odissea. Disperati, hanno pagato 900 euro in contanti a un medico nel sud della Francia per un test clandestino. Il risultato ha detto che non erano parenti, ma la paura che il medico fosse un truffatore e l’ansia di aver commesso un reato non li aveva rasserenati.

Nel 2010 Audrey ha iniziato una lunghissima battaglia legale nei tribunali francesi per ottenere informazioni sul donatore. Nel frattempo, stanchi di aspettare e decisi a rischiare tutto, nel 2013 hanno fatto un “salto nel vuoto” e si sono sposati. Due anni dopo, nel 2015, la massima corte amministrativa francese ha respinto definitivamente il ricorso di Audrey.

La svolta è arrivata poco prima della nascita del loro primo figlio, quando un medico ha accettato di aggirare le regole. La legge francese permette ai medici di accedere ai dati dei donatori, ma vieta loro di condividerli con i pazienti. Questo medico ha guardato i file e ha rivelato alla coppia che i loro rispettivi donatori erano nati in anni diversi. Erano salvi. Un compromesso assurdo, come ricorda Audrey: “È completamente folle che un medico estraneo potesse sapere su di me più di quanto potessi sapere io stessa”.

La verità racchiusa in una scatola

Le rassicurazioni del medico non sono bastate e l’ombra del dubbio tormentava ancora Arthur. Così, la coppia ha deciso di infrangere la legge una volta per tutte e ha ordinato un kit di test del Dna a domicilio. Per farlo, hanno usato sistemi di spedizione all’estero e l’aiuto di amici fuori dai confini francesi: un trucco usato da oltre un milione di francesi per aggirare il divieto, secondo l’associazione Dna Pass.

Il test ha confermato ufficialmente che non erano fratelli, ma ha aperto un vero e proprio vaso di Pandora. Se per Arthur è stato il biglietto d’ingresso per contattare finalmente il suo donatore il giorno di Natale del 2017, per Audrey è stato uno choc totale. Scorrendo i suoi match genetici sulla piattaforma, ha trovato un nome familiare: Sophie, una donna che lei stessa aveva difeso in tribunale in una causa identica per i diritti dei figli da donatore. “Ho scoperto che Sophie, la donna per cui avevo lottato in tribunale, era mia sorella biologica”, racconta Audrey.

Ma non è tutto: il test era stato fatto insieme ad altri otto attivisti. Su dieci persone, ben quattro condividevano lo stesso donatore: Audrey, suo fratello Peter, Sophie e il fratello di Sophie, David. Una prova schiacciante di quanto fosse reale e pericoloso il rischio di consanguineità creato dal sistema francese. In seguito, grazie a un match genetico, Audrey è risalita anche al suo donatore, Philippe. L’uomo era purtroppo già deceduto, ma la sua famiglia ha accolto Audrey a braccia aperte, mostrandole video, foto storiche e permettendole di sentire la sua voce.

La legge cambia, la storia resta

La battaglia di questa coppia ha cambiato la storia. Il successo del libro di Arthur e le denunce legali di Audrey hanno costretto le autorità a fare un passo indietro. Dall’aprile 2025, chi è nato da donazione di gameti ha finalmente il diritto conoscere l’identità del donatore e le sue informazioni non identificative una volta raggiunta la maggiore età. E mentre la battaglia di Audrey va avanti per la legalizzazione dei test del Dna casalinghi, insieme a Arthur si godono la loro bellissima famiglia, finalmente senza ombre, insieme ai loro tre figli.

E in Italia?

La storia di Audrey e Arthur non è affatto un caso isolato o distante, anzi descrive una realtà che ci tocca sempre più da vicino. Nel nostro Paese, dopo il via libera della Corte costituzionale nel 2014, la fecondazione eterologa (che utilizza gameti di un donatore) è letteralmente decollata: nel 2023 si sono registrati oltre 16.400 cicli (pari al 14,6% delle procedure totali), il che significa che oggi ben un bambino su sette nato con fecondazione assistita in Italia nasce da una donazione. C’è però un enorme retroscena logistico: poiché i donatori volontari in Italia scarseggiano, la stragrande maggioranza dei gameti viene importata da banche estere, principalmente spagnole e danesi. Questo significa che migliaia di bambini italiani hanno un genitore biologico e potenziali fratellastri sparsi in giro per l’Europa. La nostra legge (la famosa Legge 40 del 2004) impone un limite rigido di massimo 10 nascite per singolo donatore per evitare rischi di consanguineità e continua a blindare l’anonimato dei donatori (consentendo ai figli di accedere solo a informazioni mediche o fisiche generali), ma la tecnologia sta correndo molto più velocemente dei tribunali.

A differenza della Francia, in Italia i test genetici commerciali sono perfettamente legali. Mentre la politica italiana discute su un possibile modello per consentire ai donatori di scegliere se farsi identificare, i database globali online stanno già mandando in soffitta i segreti del nostro sistema: basta che un lontano cugino o nipote del donatore faccia un test all’estero per far crollare per sempre l’anonimato con una spietata precisione algoritmica, anche a migliaia di chilometri di distanza.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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