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Gli arresti domiciliari per tossicodipendenti e il flop della deterrenza

La legge che introduce gli arresti domiciliari per i tossicodipendenti e gli alcoldipendenti non ha vinti, ma solo vincitori. Da una parte, il Ddl approvato ieri in via definitiva dalla Camera con 153 voti favorevoli, 42 contrari, e 82 astenuti, consente di fare spazio nelle (troppo) affollate carceri italiane, dall’altra consente una cura più efficace dei soggetti interessati.

“È vittoria su più fronti: per chi usufruirà di questa opportunità, in maniera per un verso più estesa, per altro verso più seria, rispetto alla legislazione finora in vigore; per la sicurezza di tutti, perché con un recupero verificato viene eliminata la molla che spinge una fascia di persone a tornare a delinquere; per la popolazione penitenziaria, che verrà alleggerita dalla presenza di chi sceglierà il percorso in comunità”, commenta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni tramite una nota di Palazzo Chigi.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio parla di “riforma epocale perché consente la detenzione alternativa di almeno 10mila persone, tossicodipendenti che hanno commesso reati e che noi abbiamo sempre considerato principalmente malati da curare piuttosto che criminali da punire, anche se erano in fase di espiazione pena”.

La popolazione carceraria italiana è di 64.000 persone a fronte di una capienza di circa 52.000 posti. Il dicastero ha specificato che la stima di 10mila detenuti in meno fatta dal ministro Nordio è su base pluriennale. La legge prevede per il 2026 una copertura finanziaria per 500 unità con possibilità di ampliamento negli anni successivi in base alla capienza delle strutture e all’impegno richiesto dai percorsi di recupero.

Chi potrà accedere ai domiciliari

I giudici potranno disporre gli arresti domiciliari o l’affidamento in strutture protette solo per tossicodipendenti e alcoldipendenti che rispettino determinati requisiti.
Il soggetto non dovrà aver ricevuto una condanna superiore agli 8 anni e dovrà aderire a programmi di cura.

Nello specifico, il testo della legge prevede che la detenzione domiciliare terapeutica sia aperta a persona tossicodipendente o alcoldipendente sottoposta a “una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria” con condanna inferiore a 8 anni per reati ordinari e per rapina aggravata ed estorsione aggravata.

I soggetti condannati nell’ambito dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario (come terrorismo, associazione mafiosa, tratta di persone e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti) potranno trasformare la pena in detenzione domiciliare terapeutica solo in caso di condanna inferiore a 4 anni.

“L’approvazione definitiva della legge che rafforza la concreta possibilità, per chi è stato condannato per reati commessi sulla spinta della tossicodipendenza, di affrontare un percorso di recupero in detenzione domiciliare in comunità invece che restare in carcere, quando la condanna non supera gli otto anni di reclusione”, si legge ancora nella nota di Palazzo Chigi.

L’opzione della detenzione domiciliare terapeutica è riconosciuta anche a chi sia già soggetto a un programma terapeutico in corso, e la richiesta può essere avanzata in qualunque momento al tribunale a patto che esista una «correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato». Il giudice potrà così accoglierla, se il pubblico ministero ha prestato il suo consenso, nel caso in cui ritenga che il programma contribuisca al concreto recupero del richiedente e prevenga il pericolo che egli commetta altri reati. Il magistrato di sorveglianza dispone così di 45 giorni per l’applicazione della misura detentiva alternativa.

I reati esclusi

La detenzione domiciliare (o in strutture protette) è esclusa per i reati indicati dall’articolo 444, comma 1-bis del codice di procedura penale, per i quali è esclusa la possibilità di ricorrere al patteggiamento che include “coloro che siano stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza, o recidivi”.

Il piano carceri

Rispondendo al question time della Camera, il ministro Nordio ha detto che “il piano carceri sta andando avanti secondo i piani prefissati: nei giorni scorsi abbiamo inaugurato un padiglione modello per il 41 bis nel Cagliaritano ed il commissario all’edilizia carceraria sta portando avanti la costruzione di edifici per 10mila detenuti. Questo, insieme all’altro provvedimento (la detenzione domiciliare o in strutture private per tossicodipendenti o alcoldipendenti, ndr.), contribuirà ad una deflazione della popolazione carceraria”.

Punire o riabilitare?

Il nostro Codice penale è ispirato al principio della riabilitazione, ma spesso le parole non si tramutano in fatti. Tra i fattori che creano un divario tra norma e realtà, il più importante è il sovraffollamento carcerario.

Le carceri italiane “sono piene di folli, di disadattati, di uomini e donne che hanno delinquito perché espunti dal mondo del lavoro, perché scarto delle crisi economiche, della perdita di lavoro, di mancanza di case; oppure di giovani, indigeni o stranieri, (…) verso i quali la scuola e le istituzioni formative tradizionali hanno fallito la propria missione”, spiega Enrico Sbriglia, ex dirigente di carcere oggi presidente dell’Osservatorio Internazionale sulla Legalità di Trieste, a Francesca Ghezzani, autrice del libro ‘Il silenzio dentro’.

Nonostante l’approccio punitivo, spiegava un anno fa Ghezzani nella sua intervista a Demografica, il sistema non genera un effetto deterrente.

Lo dimostra anche il tasso di recidiva, che per l’Italia è impietoso: siamo “al 68,7% e la gente che c’è dentro è di solito addirittura alla quinta recidiva consecutiva”, fa sapere la giornalista sottolineando come le recidive contribuiscano al sovraffollamento nelle carceri, che a sua volta “esaspera completamente l’ambiente interno, il personale, i condannati”.

A livello nazionale, il tasso di affollamento tocca il 132,6%, con punte del 225% a San Vittore, 205% al Canton Monbello di Brescia e del 195% a Taranto il 195% (dati novembre 2025).

In questo senso, la detenzione domiciliare per i tossicodipendenti e gli alcoldipendenti rappresenta una valvola di sfogo importante, seppure non risolutiva.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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